Famiglia di San Charbel "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. At 2,42

 

 

 

 San Marone

 

Ogni santo è un dono di Dio per il mondo ed un'offerta del mondo a Dio. Questa è la meravigliosa avventura di Dio intrapresa con l’uomo attraverso il suo Figlio Unigenito Gesù Cristo: la santità di ogni essere umano. Egli mediante Cristo vuole la santità di ogni uomo e gli elargisce tutte le grazie necessarie per realizzarla.

Marone è un esempio vivo e perpetuo di questo mirabile disegno. Egli ha saputo cogliere la grazia datagli dal suo Signore e continua a dare frutti di santità attraverso i secoli sino ai giorni nostri.

Le notizie sulla vita giunte a noi sono molto scarse ma sufficienti per rivelare la santità di questo monaco eremita ed anacoreta. Le fonti sono di altissima qualità e affidabilità, ci sono fornite da scrittori che o lo hanno conosciuto e sono stati in relazione con lui, o hanno attinto le loro infor­mazioni da testimoni e da tradizioni di prima mano.

Il più autorevole testimone è il vescovo Teodoreto da Ciro che nel 440 scrisse la Historia Religiosa nel quale libro narra la vita degli asceti di Ciro e dei dintorni. Nel capitolo XVI troviamo ampi dettagli sul santo, sulla sua vita mistica e sulla vita dei suoi discepoli.

Marone, scrive Teodoreto nella sua opera, arricchì il coro devoto dei santi.

Secondo la testimonianza del Vescovo di Ciro, Marone visse tra il IV e il V secolo. Fu discepolo di San Zebino e contemporaneo di San Simone Stilita.

Scelse la vita eremitica anacoretica stabilendosi in cima ad un colle tra le rovine di un precedente tempio pagano che trasformò in una chiesa e che consacrò al Dio vero.

Egli visse sotto una piccola tenda costruita con pelle di capra che, tuttavia, usò raramente perché trascorreva la maggior parte del tempo all’aperto. Non si accontentava delle solite mortificazioni quali i digiuni, le lunghe preghiere e le veglie, ma si infliggeva austere macerazioni del corpo mentre avanzava sempre più nella virtù.

Il Signore gli elargì molte grazie e gli concesse anche il dono delle guarigioni cosicché la sua fama di santità si diffuse ovunque. Attirava la gente al suo eremo non solo per le sue virtù di taumaturgo ma soprattutto per l’esemplarità della sua vita evangelica. Con una semplice benedizione la febbre scompariva all’istante ed i demoni fuggivano terrorizzati; la preghiera del Santo era il solo rimedio per sanare ogni genere di malattia.

Egli guariva non solo le malattie del corpo ma ogni sorta di infermità dell’anima.

Le austerità che si impose per la gloria di Dio e lo zelo per le anime minarono ben presto la sua salute e dopo una breve malattia entrò nella vita eterna.

Non si conosce precisamente la data della sua morte ma si può affermare che è avvenuta nella prima metà del V secolo, circa nel 410.

Dopo la sua morte gli abitanti dei villaggi vicini accorsero in massa per appropriarsi dei suoi resti mortali; ne seguì una spiacevole contesa finché uno dei rappresentanti più autorevoli o forse il più fortunato di quella gente, riuscì ad impossessarsi della venerata salma che fu quindi definitivamente tumulata a Brad allora capitale amministrativa della regione del Monte Semaän (Siria).

Per custodire degnamente i resti mortali del Santo, fu costruito un piccolo santuario attiguo alla chiesa preesistente, che era la più grande delle chiese della zona.


La gente vi giungeva da ogni parte per onorare il Santo e chiedere grazie. Dall’inizio del V secolo la sua fama aumentò notevolmente diffondendosi in tutto il Medio Oriente. Si moltiplicarono i monasteri che si intitolavano al suo nome e si ispiravano alla sua spiritualità. In quella regione, purtroppo, si verificarono anche non poche persecuzioni contro i Maroniti. L’allora abate del monastero di Brad, Giovanni Marone, per proteggere il sepolcro del santo da possibili atti sacrileghi, fece traslare il teschio del santo monaco nel grande Monastero di San Marone (Beith Marun) a Roston (Siria) situato sulla sponda del fiume Aäsi (Oronte) tra Homs e Hamah, monastero esistente fin dal 452. Giovanni Marone è una figura di primo piano nella storia dei Maroniti perché fu il primo Maronita a ricoprire la dignità episcopale; l’ordinazione avvenne nel 676 e in seguito - nel 685 - fu eletto primo Patriarca Maronita. Per sfuggire alla persecuzione ancora in atto, decise di lasciare la Siria e dirigersi verso il Libano portando con sé il teschio del Santo eremita. 

Si stabilì a Kfarhy nel Batrun dove fece costruire un nuovo monastero nel quale fu custodita l’insigne reliquia da cui deriva il nome del monastero: Monastero di Ras Marun (testa di Marone). Il monastero stesso divenne la prima Sede Patriarcale Maronita.

 

1.2. Dal Libano a Foligno

 

Qui sorge spontanea la domanda: come è giunto in Italia il teschio del Santo Libanese? Durante la prima crociata (1096) tra i partenti - secondo quanto racconta lo scrittore di storia patria, Lodovico Jacobilli e da quanto più recentemente confermato dal Vescovo Libanese giunto a Foligno da Roma (26 ottobre 1952) alla guida della colonia maronita residente nella capitale per rendere omaggio al grande connazionale e celebrare in suo onore un solenne rito - vi era il nobile Michele degli Atti, conte di Uppello il quale, di ritorno dalla crociata, ebbe modo di attraversare le contrade siro-libanesi e di venerare le reliquie di San Marone abate. Rientrando in Italia portò con sé il teschio del Santo e siccome era feudatario anche di Sassovivo, donò l’insigne reliquia ai monaci benedettini del famoso cenobio folignate situato appunto nel feudo di Sassovivo.

Verso la fine del XII secolo il sacro teschio venne donato da un abate di Sassovivo alla vicina parrocchia di Volperino; in omaggio al nuovo Santo i Volperinesi proclamarono San Marone loro patrono principale.

Il nome Marone venne poi italianizzato in Mauro: proprio sotto questo ultimo nome, gli abitanti di Volperino venerano il loro patrono di origine siro-libanese.

Poiché, però, col passar del tempo la preziosa reliquia del Santo non veniva più venerata in quella chiesa con il dovuto decoro, nel 1490 il vescovo di Foligno, Mons. Luca Cibo, fece trasportare il sacro teschio a Foligno, nonostante le vive rimostranze dei Volperinesi. Esso fu quindi posto nella cattedrale dove veniva mostrato solennemente alla venerazione dei fedeli il 10 marzo di ogni anno, giorno anniversario della consacrazione della cattedrale.

Il sacro teschio fu venerato nella cappella delle Reliquie sita sotto il baldacchino della Confessione e custodito in un prezioso reliquiario d’argento di fine fattura quattrocentesca (attribuito all’orafo “il Rossetto”, di Foligno, discepolo di Emilio Orfini) costituito dal mezzo busto del santo, dall’aspetto giovanile, con una corona di capelli e rivestito di una dalmatica arabescata con fiocchi.

1.3. Ritorno in Libano

 

Nel 1998, grazie alle trattative intraprese da Mons. Emile Bulus Saädé, Arcivescovo di Batrun, in pieno accordo con sua Beatitudine il Patriarca Maronita Sfeir, le autorità religiose e civili d’Italia, il Ministero dei Beni Culturali e la Direzione dei Musei, diedero il permesso di riprendere la reliquia del Santo. Essa venne collocata in un nuovo busto di bronzo offerto da Mons. Bertoldo, vescovo di Foligno e nell’anno 2000 la reliquia fu inviata in una valigia diplomatica alla Nunziatura Apostolica in Libano ad Harissa, e di là portata alla Sede Patriarcale attuale dei Maroniti a Bkerke.

Il 7 gennaio 2000 alle ore 14 una delegazione presieduta da Mons. Saädé si diresse verso Bkerke per riportare la reliquia nella cattedrale di Batrun. In quell’occasione Mons. Saädé celebrò l’Eucaristia assieme a Sua Eccellenza il Vescovo di Foligno Mons. Arduino Bertoldo recatosi appositamente in Libano per la singolare circostanza. Il giorno seguente alle ore 13 il corteo dei fedeli, assieme al Patriarca ed a Sua Eccellenza Mons. Arduino Bertoldo, riportarono la reliquia al Monastero di Kfarhy da dove era stata prelevata dieci secoli prima.

 

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